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Cinquanta sfumature di fisco creativo

Nel corso dell’ultimo anno, scandalo dopo scandalo, sono state messe a nudo le scappatoie del sistema fiscale sfruttate dalle imprese per evitare la tassazione.

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Ora più che mai, è sempre più chiaro che i singoli cittadini in tutto il mondo stanno pagando il caro prezzo della crisi nel sistema fiscale globale e il dibattito sulle imprese multinazionali e i loro trucchi sulle tasse rimane una priorità nell’agenda. Cresce anche la consapevolezza che i paesi più poveri del mondo subiscono conseguenze ancor maggiori dei paesi ricchi e che, in effetti, stanno pagando il prezzo di un sistema fiscale globale che non hanno creato.

Da Re Common di Luca Manes

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Per leggere l’articolo e scaricare il “Rapporto” completo su ReCommon Cliccare qui

È passato un anno esatto dallo scandalo LuxLeaks. Ovvero da quando un’inchiesta condotta dal Consorzio Internazionale di Giornalismo Investigativo, e che ha visto il coinvolgimento di oltre 80 giornalisti di una ventina di paesi, ha reso pubblica una lista di agevolazioni fiscali concesse segretamente tra il 2002 e il 2010 dal governo del Lussemburgo a centinaia di multinazionali, comprese 31 aziende italiane.

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Eppure la maggior parte dei paesi europei sta facendo ben poco per dare una risposta concreta ed efficace a uno dei grandi scandali della nostra epoca. Anzi, un po’ ovunque nell’UE ci sono leggi e regolamenti che agevolano le multinazionali nella loro “lotta” contro le tasse, come ci dimostra Fifty Shades of Tax Dodging, un rapporto della rete europea Eurodad (European Network on Debt and Development). Purtroppo è in aumento, e non in diminuzione come ci si auspicherebbe, la confidenzialità su dove le big corporation fanno affari e dove adempiono i loro obblighi fiscali.

Anche la Francia, che inizialmente aveva chiesto un maggior accesso a questo tipo di informazioni, sta facendo dei preoccupanti passi indietro su questa materia. A sorpresa, non solo il Lussemburgo, ma anche la “virtuosa” Germania, offre un ricco menù di possibilità per nascondere la vera proprietà societaria e agevolare il riciclaggio del denaro sporco. Una linea di condotta diametralmente opposta rispetto a Slovenia e Danimarca, che stanno introducendo dei registri pubblici per le società.

Non meno inquietanti sono le politiche dei 15 stati dell’UE “protagonisti” della pubblicazione nei confronti delle realtà del Sud del mondo. La Spagna, per esempio, rimane uno dei negoziatori più aggressivi in materia fiscale, riuscendo a spuntare una riduzione media del 5,4% quando si siede a trattare con i cosiddetti paesi in via di sviluppo – ovvero le compagnie iberiche pagano una percentuale molto bassa di tasse negli stati in cui operano con le loro filiali.

Il Regno Unito e la Francia, invece, sono in prima fila nell’ostacolare la presenza di oltre 100 paesi del Sud nelle principali assise decisionali sulle questioni fiscali. Un precedente molto fresco in proposito è costituito dalla Conferenza Finanza per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, tenutasi lo scorso luglio ad Addis Abeba, in Etiopia, allorché l’ostruzionismo delle due potenze europee fu alquanto palese.

E l’Italia? Il governo Renzi è tra quelli che non hanno dato seguito alle tante dichiarazioni contro la lotta all’evasione e l’elusione fiscale. In particolare, mentre a livello europeo si chiede di fare di più contro il tax dodging delle multinazionali, poi per attrarre più investimenti stranieri nel nostro paese nell’ultimo anno è stata profondamente rivista la legislazione italiana.

L’elusione fiscale è stata depenalizzata con la nuova dottrina dell’”abuso di diritto”, nuove forme di tax ruling internazionali saranno concessi in segretezza a nuovi investitori stranieri e infine anche da noi è stato introdotto l’istituto del “patent box”. Tutte modifiche che permetteranno alle multinazionali di pagare meno tasse, mentre l’imposizione fiscale sulle imprese italiane non diminuisce affatto.

Tove Ryding, esponente di Eurodad, è molto critica sui mancati progressi dell’UE su questioni di così grande importanza. “È stata tappata qualche falla, ma la risposta forte che doveva arrivare dopo LuxLeaks non si è vista”.

Per Eurodad, rete europea della società civile di cui Re:Common è membro per l’Italia, la trasparenza, lo smantellamento delle strutture segrete che permettono il persistere dell’anonimato delle società, così come un differente approccio nei confronti dei paesi più poveri e l’introduzione di normative che obblighino le multinazionali e pagare la loro effettiva porzione di tasse dove producono sono passaggi indispensabili da realizzare subito. Ma tante cancellerie in giro per l’Europa da quell’orecchio non sembrano proprio sentirci.

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