Politichese e dintorni

Semplicemente disgustoso

Se fossimo un popolo dotato del senso dell’onore e di quella virtù civica che é il rispetto per il prestigio delle istituzioni, uno che ha patteggiato una pena per corruzione (2 anni e 10 mesi) dovendo restituire la bellezza di 2 milioni e 600 mila euro di maltolto, dovrebbe sua sponte dimettersi. Senza attendere la sentenza definitiva alla Cassazione, a cui ha fatto ricorso nonostante il patteggiamento. Rinunciando, se non al vitalizio, quanto meno allo stipendio da parlamentare (5 mila euro al mese). Invece no, piange miseria (Imponibile 2014 di 114.223,00 Euro) è depresso, minaccia il suicidio e si lamenta perché deve rinunciare all’aria condizionata.

Disgustoso - 03

Da Veneto Vox di Alessio Mannino del 5 agosto 2015

Cattura

Galan, sia gentile: si tolga dai piedi

L’ex governatore azzurro del Veneto fa la vittima. Ma le vere vittime delle tangenti sono altre.

Il ministro di grazia e giustizia Orlando (Pd) interpreta la legge Severino “salvando” dalla decadenza da deputato il pregiudicato per corruzione Giancarlo Galan, l’ex doge berlusconiano del Veneto: «ha patteggiato una pena per una vicenda precedente alla introduzione della Severino… il patteggiamento non comporta la decadenza perché la legge dice che chi patteggia dopo l’elezione decade ma il patteggiamento qui è intervenuto prima». Gioia et magno gaudio dell’interessato e della folta schiera di alfieri del “garantismo” (una parola che non dovrebbe neppure esistere, perché la legge non é, o almeno non dovrebbe essere né garantista né giustizialista, ma legge e basta).

Poniamo che abbia ragione l’Orlando grazioso, corazzato di inattaccabili pareri d’alta scuola. Poniamo quindi che abbiano torto quei forcaioli dei grillini, che Galan lo vogliono fuori dal parlamento e senza vitalizio in punta di diritto. Poniamo che questo signore eletto alla Camera per la prima volta nel 1994 (ventuno anni fa), presidente della Regione Veneto dal 1995 al 2010 (quindici ininterrotti anni), eletto senatore nel 2006, rieletto senatore nel 2008, nominato ministro delle politiche agricole nel 2010, ministro dei beni culturali nel 2011, rieletto deputato nel 2013 e presidente della commissione cultura, poniamo sia nel giusto giuridico, a rivendicare la sua inschiodabilità dallo scranno. Ma è nel più marcio torto politico.

Se fossimo un popolo serio, dotato del senso pre-politico dell’onore personale e di quella virtù civica che é il rispetto per il prestigio dell’Istituzione, uno che ha patteggiato una pena per corruzione (2 anni e 10 mesi) dovendo restituire la bellezza di 2 milioni e 600 mila euro di maltolto, dovrebbe sua sponte dimettersi. Senza attendere la sentenza definitiva alla Cassazione, a cui ha fatto ricorso nonostante il patteggiamento. Rinunciando, se non al vitalizio, quanto meno allo stipendio da parlamentare (5 mila euro al mese). Invece no. Il signor Galan, ai dorati arresti domiciliari nella sua villona a Cinto Euganeo, fa la vittima («sono innocente, non ho preso un euro, ho patteggiato solo per la mia famiglia, sono molto depresso»), piange miseria («senza lo stipendio della Camera non so come camperei, in banca ho solo 30 mila euro, e sono stato costretto a vendere qualcosa, un campo che avevo a fianco, le automobili, le due auto storiche che avevo e che mi avevano regalato gli amici al mio matrimonio, in casa sono costretto a risparmiare sull’aria condizionata, non l’ho accesa») epperò la sua dichiarazione dei redditi 2014 segna un imponibile di 114.223 euro lordi, arriva all’impudicizia di inorgoglirsi perché, non percependo diaria e indennità, «l’erario ha risparmiato». Di fronte ai disoccupati, agli esodati, agli indigenti, ai neo-impoveriti, ai tartassati fino all’ultima goccia di sangue, questo signore che ha avuto potere, ricchezza, fasti e onori, adesso che è caduto in disgrazia per una condanna – su cui la sua stessa difesa legale si è accordata – piange il morto e lo stramorto. Semplicemente disgustoso.

Ma ha fatto di più e di peggio. Invece di tenerselo per sé, come prescriverebbero pudore e autostima, ha megafonato urbi et orbi il pensiero – oh povero lui – del suicidio: «ci ho pensato molte volte e continuo a farlo, le modalità lasciamole stare ma ci ho pensato moltissimo».

Il vittimismo di Galan fa venire in mente, per contrasto, la dignità e l’integrità di una vittima vera delle tangenti di cui nessuno si ricorda più: Ambrogio Mauri, imprenditore dei trasporti, suicidatosi per davvero nell’ormai lontano 1997. Uomo onesto, perbene, si ammazzò, a 66 anni, con un colpo di pistola al cuore per protesta contro il sistema delle mazzette, lasciando una lettera in cui scriveva: «Dopo Mani Pulite tutto è tornato come prima… L’onestà non paga. La correttezza e la trasparenza non pagano».

Non aveva voluto stare al gioco della svendita dei propri princìpi.

Su quali princìpi altrettanto ammirevoli i Galan e le finte vittime come lui accampano il diritto di restare dove sono, dopo aver fatto eccome carriera (vent’anni son pochi?), invece di togliersi dignitosamente dai piedi?

Vicenza - manifestazione opposizione

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