Politichese e dintorni

Riforma Senato: l’interventismo di Napolitano rispetta la Costituzione?

Può il Presidente della Repubblica farsi sponsor di una parte? Napolitano Presidente equilibrato ma spesso interventista. Non è l’esempio di neutralità che si vorrebbe in chi “rappresenta l’unità nazionale”. Agli italiani interessano lavoro, fisco, giustizia, non il Senato, che ricorda il can can sull’art. 41 della Costituzione. Berlusconi lo voleva cambiare subito per lo sviluppo dell’economia. Poi è sparito dalle cronache politiche. Era una bufala

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Da BlitzQuotidiano.it del 25 luglio 2014 di Salvatore Sfrecola

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha esortato a non agitare “spettri di insidie e macchinazioni autoritarie” per “determinare in questo modo un nuovo nulla di fatto in materia di revisioni costituzionali”. Inoltre, nel ricordare “l’impegno al centro del dibattito parlamentare su un progetto di revisione di alcuni Titoli della seconda parte della nostra Costituzione”, ha invitato alla ricerca “di un’ampia convergenza politica” in materia.

Il discorso merita più attento approfondimento, alla ricerca di una linea di confine tra gli auspici che il Capo dello Stato è legittimato a manifestare in ordine a riforme ipotizzate o in discussione in Parlamento ed il merito delle stesse, in particolare, come nel caso di specie, se riguardano la revisione della Costituzione in uno dei suoi tratti essenziali, il bicameralismo, una scelta che già impegnò molto i Costituenti in ragione della definizione ottimale del procedimento legislativo e delle funzioni di controllo politico proprie delle Camere.

Le “esternazioni” del Presidente della Repubblica, infatti, sono da sempre oggetto di dibattito tra studiosi e politici, tra chi riconosce al Capo dello Stato un generale potere di manifestazione del pensiero in ragione della sua posizione costituzionale, in quanto rappresentante dell’unità nazionale (art. 87 Cost.), e quanti, invece, pretenderebbero una controfirma, sia pure implicita o tacita, interpretata come assenso del Governo al contenuto della dichiarazione.

In ogni caso le esternazioni che implichino scelte politiche dovrebbero essere escluse in quanto costituzionalmente illegittime.

Tornando al tema delle riforme ho scritto altra volta dei dubbi, seguiti all’entrata in vigore della Costituzione in prosecuzione del dibattito che si era sviluppato nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente, in ordine al bicameralismo “paritario”, “perfetto” o “piucheperfetto”, per dirla con Bin e Pitruzzella. Dubbi li aveva avuti anche Meuccio Ruini, Presidente della Commissione “dei 75”, e ne aveva scritto nei primi anni ’50. Tuttavia l’esperienza ha dimostrato che la doppia lettura di provvedimenti normativi importanti ed incidenti su situazioni e diritti, come pure su aspetti importanti delle politiche pubbliche, ha assicurato provvidenziali correzioni di rotta e, spesso, di errori tecnici messi in evidenza nel tempo che passa tra la prima e la seconda lettura.

Ma se è bene superare il bicameralismo perfetto rimane la scelta del come, tra le varie opzioni suggerite dall’esperienza, individuando le attribuzioni della seconda camera e la sua composizione. È qui, infatti, l’oggetto del contendere, il motivo del dissenso, la delimitazione dei compiti che dovrebbe avere il nuovo Senato e, conseguentemente, la sua composizione. Questioni, come si comprende, funzionali ad una buona riforma sulla quale il Parlamento dovrebbe discutere sine ira ac studio, cioè con serenità, approfondendo ogni aspetto, anche in una simulazione degli effetti nel tempo. Cosa che dovrebbe fare ogni buon legislatore. Approfondimento che ha bisogno dei suoi tempi, anche se è logico immaginare un arco temporale ragionevolmente definito che non può essere, tuttavia, quello dei pochi giorni come vorrebbe il Governo, anche perché le riforme costituzionali sono materia propria delle Assemblee legislative.

L’interesse del Governo, che è il promotore dell’iniziativa, è evidente. Il Presidente del Consiglio assume che quella del bicameralismo sia la madre di tutte le riforme per snellire il procedimento legislativo. Non vorrei fosse un alibi, un falso problema. Infatti l’esperienza ricorda alcune verità. Quando si è voluto sono state approvate leggi in pochi giorni, il che vuol dire che i tempi sono legati alla gestione dei gruppi parlamentari. Ed inoltre da anni le Camere sono prevalentemente impegnate nella conversione di decreti legge, sempre con voto di fiducia. E qui non c’entra il bicameralismo, tanto che sui decreti legge si è pronunciata anche la Corte costituzionale per mettere fine alla scandalosa loro reiterazione, anche più volte, al punto che una disciplina normativa motivata da esigenze straordinarie ed urgenti restava in vita per un tempo nettamente superiore ai sessanta giorni previsti dalla Costituzione.

Poche osservazioni per dire, dunque, che il bicameralismo, anche nella forma attuale, c’entra poco con i tempi della legislazione, perché la loro durata è essenzialmente dovuta alla volontà politica dei partiti e alla capacità di gestione dei gruppi parlamentari ed in parte al numero eccessivo di senatori e deputati, quasi 1000, il numero fatidico dei prodi di Giuseppe Garibaldi.

A mente fredda e sulla base dell’esperienza a sbandierare le riforme costituzionali è da sempre una classe politica e di governo incapace di portare a casa risultati concreti, quelli che interessano la gente, il lavoro, il fisco, la giustizia. Tutti ricordano il problema dell’art. 41 della Costituzione sulla libertà di iniziativa economica privata che, secondo Berlusconi e i suoi suggeritori, doveva essere modificato urgentemente per favorire lo sviluppo dell’economia. Se ne è parlato insistentemente per qualche tempo, poi l’argomento è sparito dalle cronache politiche. Era una bufala.

Nel dibattito sul bicameralismo, dunque, come si è detto iniziando questa riflessione, si è inserito il Capo dello Stato con una iniziativa e con argomentazioni che destano non poche perplessità perché è dubbio che il Presidente della Repubblica possa farsi sponsor di una delle iniziative in discussione, sia pure del Governo. Che solleciti riforme dirette a far funzionare meglio le istituzioni ed a favorire l’economia sta bene, ma senza abbracciare la tesi di una parte.

L’intervento presidenziale richiama l’“impegno di cui il governo Renzi si è fatto iniziatore, su mandato dello stesso Parlamento, espressosi con le mozioni approvate a schiacciante maggioranza dalla Camera e dal Senato il 29 maggio 2013”. Questo riferimento al voto parlamentare potrebbe giustificare l’intervento del Presidente Napolitano se non si considerasse che quei voti sono stati del tutto generici rispetto all’esigenza mentre si discute oggi di dettagli non irrilevanti in ordine alle attribuzioni ed alla composizione del Senato (ad esempio se elettivo o meno) ed agli effetti della riforma.

Bene quando il Presidente auspica “un’ampia convergenza politica in Parlamento”. Sicché è senz’altro da condividere quando scrive di essere convinto di muoversi “nello spirito della Costituzione repubblicana” ed in ragione dei suoi “fondamentali doveri di Presidente”.

Detto questo, osservare che “oggi in realtà emergono ostilità al progetto di riforma in discussione al Senato dettate proprio dalla pregiudiziale diffidenza e contestazione rispetto alla ricerca di accordi con forze politiche del campo opposto”, significa, pur con il linguaggio prudente quirinalesco, entrare nel merito delle ragioni delle difficoltà dell’accordo nel merito. Dacché “diffidenze e contestazioni” sono espressione di valutazioni politiche per certi versi incensurabili, qualunque sia l’origine delle riserve che le motivano.

Anche la puntigliosa ricostruzione dei tempi della discussione, dei lavori di una Commissione “libera ed estremamente aperta e articolata”, il richiamo al recepimento di “un gran numero di sollecitazioni critiche e di emendamenti”, sicché non ci sarebbe stata “improvvisazione né improvvida frettolosità” sono valutazioni di merito. Come il riferimento alla “ricca e puntuale relazione finale”. Valutazioni tutte condivisibili ma distanti dalla neutralità che si richiede ad un Presidente in una Repubblica parlamentare dove il “sovrano” siede nelle Camere.

Napolitano ci ha abituato ad interventi sollecitatori ed a scelte poco notarili, a volte apprezzabili ed apprezzate, ma il problema è sempre quello della misura anche rispetto alla maggioranza parlamentare e di governo.

Il Presidente, richiamando le mozioni parlamentari, le quali hanno “nell’agenda dell’impegno di revisione costituzionale… il superamento del bicameralismo paritario” definita “una “anomalia tutta italiana” o “incongruenza costituzionale”… indifendibile e fonte di gravi distorsioni del processo legislativo e della dialettica Parlamento-governo”, avrebbe dovuto fare punto sulla sua esternazione. Infatti, mentre dice di non voler andare “oltre sul tema, per rispetto verso i lavori, ormai in fase avanzata, dell’Assemblea del Senato”, ritiene di dover rivolgere “un pacato e fermo appello a superare un’estremizzazione dei contrasti, un’esasperazione ingiusta e rischiosa – anche sul piano del linguaggio – nella legittima espressione del dissenso. E per serietà e senso della misura nei messaggi che dal Parlamento si proiettano versi i cittadini, non si agitino spettri di insidie e macchinazioni autoritarie”.

Questi sono argomenti di critica politica formulati da chi ritiene, a torto o a ragione, che si prepari una riforma del Senato che attui di fatto un monocameralismo con numeri che assicurerebbero alla maggioranza una forza ulteriore ed un potere difficilmente controllabile, in assenza di garanzie costituzionali che, infatti, in conclusione del discorso il Presidente auspica. Lo ha sottolineato Michele Ainis sul Corriere della Sera (“Il labirinto delle garanzie”) dove, facendo qualche conto, ha dimostrato che è possibile ad una maggioranza occupare tutti i posti, dal Quirinale alla Consulta. Che è quello che temono e con cui argomentano alcuni degli oppositori.

Del resto il Presidente del Consiglio legittimamente minaccia lo scioglimento anticipato delle Camere come ritorsione nei confronti dei Gruppi parlamentari del PD che non gli sono globalmente fedeli, composti da bersaniani, civatiani, cuperliani che pensano di rischiare “il posto”, nel senso che difficilmente sarebbero messi nuovamente in lista. Questa sensazione, che per molti è una consapevolezza, eleva inesorabilmente il tono della polemica. Nel senso che alcuni difendono certamente le loro idee ma anche il loro seggi. Perché c’è da giurare che Renzi non perdonerà loro l’essersi schierati contro la sua riforme “per cambiare l’Italia”.

Nella panoramica delle diverse personalità che hanno ricoperto il ruolo di Capo dello Stato, dal notaio Einaudi al picconatore Cossiga, passando per Pertini, che spesso si è fatto opportunamente interprete di esigenze di giustizia largamente diffuse, Napolitano è stato certamente un Presidente equilibrato ma spesso interventista (l’espressione “Re Giorgio” la dice lunga) che, tuttavia, oggi appare, a tratti, schierato da una parte, sia pure della maggioranza. Che non è proprio quell’esempio di neutralità ispirata al massimo di sensibilità costituzionale che si vorrebbe in chi “rappresenta l’unità nazionale”.

Napolitano e Monti

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